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Interviste

Christian Nobile: “Sono pronto per l’ultimo anno!”

Christian Nobile

Dagli anni al top nell’ottanta ad oggi, con le vittorie dei Doves Bologna nel 1985 e dei Warriors Bologna nel 1986, ai Superbowl dei Phoenix San Lazzaro, fino a quelli sfiorati dai guerrieri attuali, il football bolognese è sempre stato una parte fondamentale del nostro sport. All’interno di questo micromondo, si sono creati personaggi e figure di spicco conosciute in tutta Italia per vari motivi. Uno di questi, Christian Nobile, ha deciso di ritirarsi alla fine di questa stagione sportiva, dove militerà nuovamente (come negli ultimi due anni) nei Panthers Parma. Non ha mai vinto un titolo nazionale (se non uno da allenatore con la giovanile under 21 Warriors nel 2006), ma come dice Coach Davide Giuliano, a volte ci si scorda che alcune vittorie nella vita prescindono dall’alzare una coppa al cielo.
Abbiamo deciso di farlo parlare e lui ha accettato di buon grado. Perchè sia chiaro, questa per me (e per lui) non è una semplice intervista, ma più una trascrizione di innumerevoli chiacchierate tra amici veri. E, come sempre Christian Nobile, detto “Gis”, ha tutto fuorché dei peli sulla lingua.


Il tuo post su Facebook ha raggiunto 182 Mi piace, 52 commenti ed immaginiamo un grande numero di messaggi privati. Quando hai deciso di comunicare su piazza il tuo ritiro a fine anno ti immaginavi un tale riscontro?

Non mi aspettavo nulla, in realtà non voleva uscire manco una lettera alla Kobe Bryant. Prendere questa decisione non è stata una cosa semplice e fa male, ci stavo pensando e ho scritto di getto. Mi fanno piacere i messaggi che ho ricevuto, ho preferito dirlo adesso, perché comunque vada sarà l’ultima.

Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a questa scelta, considerando la tua giovane età?

Diciamo che la mia situazione fisica non segue la mia parte mentale e passionale per il gioco, quindi la decisione è venuta da sé.

Hai iniziato nei Warriors Bologna, poi ai Doves Bologna, poi il ritorno in terra guerriera ed infine l’approdo ai Panthers. Raccontaci un po’ della tua storia.

Come hai giustamente detto tu, ho iniziato nel 2003 con la giovanile dei Warriors, a fine 2006 c’è stato il passaggio (non facile) ai Doves attraverso una piccola parentesi Neptunes. Nel 2009 i Doves chiusero e ci trovammo, dico “ci” perché eravamo un gruppo unito, di fronte al bivio tra Panthers e Warriors e scegliemmo Bologna. Dopo due anni decisi di giocare a Parma, giocai un terzo anno a Bologna, rimasi fermo il quarto e alla fine arrivai ai Panthers.

Con i Warriors è sempre stato una sorta di amore/odio. Cosa rimpiangi di questa squadra e come hai vissuto i vari derby, i primi dopo i mitici anni ’80, che hai giocato?

Beh, diciamo che il rapporto amore/odio riguarda non solo i Warriors, ma l’intero ambiente del football bolognese. Ci sono vari fattori che hanno portato a questo: in primis c’è il fatto che ho sempre messo tutto me stesso, quando intendo tutto intendo TUTTO. Il football è sempre venuto prima di ogni cosa, prima del lavoro, della famiglia e della salute. Questo approccio sbagliato ha portato a prendere questo sport in maniera molto molto seria e ad aspettarmi altrettanta serietà in cambio, se aggiungi un carattere un po’ “maraglio”, la leadership e la giovane età crei quel mix esplosivo che ha generato un logorarsi di rapporti e questo è l’amore/odio, appunto, che comunque è ciò che ricevo in cambio dal football bolognese. Con questo non voglio dire che sia solo colpa mia, diciamo che un insieme di comportamenti miei e di chi ha avuto a che fare con me ha portato a questo status e spesso all’etichetta di “Problematico”.
Detto questo, ho dei ricordi stupendi che mi porterò sempre con me. L’atmosfera del Derby è stata magica, il primo (ero coi Doves) sembrava fosse una finale di Champions League, anche se eravamo le ultime due in classifica, ci saranno state 3000 persone, i Warriors che presero un pullman per fare 6 uscite di tangenziale, c’era un ambiente molto carico. In generale i Derby hanno sempre un sapore speciale.

Subito dopo il tuo arrivo, hai mostrato grande affiatamento con i Panthers Parma. Cosa ti ha colpito e in che modo vi siete “avvicinati” così tanto in poco tempo?

Beh, non è facile trovare un grande rivale aprirti le braccia e accoglierti come se si fosse amici da sempre. I Panthers, nel 2013, mi hanno accolto nonostante non fossi un loro giocatore, mi hanno fatto sentire parte del gruppo e a casa.
La cosa che mi è piace di più dei Panthers è la trasparenza, sono una parola sola e garantisco che non è poco. Inoltre si è tutti alla pari, sia che tu sia un ragazzino di 16 anni o il “fenomeno” di 25 o il “nonno” di 35 si è tutti sullo stesso piano, parla il campo e tutti hanno le stesse opportunità. Non sono le solite frasi fatte che si sentono in giro, qui è così sul serio. Quando sono arrivato col mio gigantismo ego, ho riscoperto l’umiltà e il duro lavoro. Parma mi ha profondamente cambiato e cambiato il mio approccio a questa disciplina, non che non metta tutto anzi. Spero di dare a questa squadra tanto quanto loro stanno dando a me e stanno influendo positivamente nella mia vita.

Capitolo nazionale. Sei passato da capitano ad escluso, forse sopratutto per la tua scelta di non giocare nei Warriors nel 2013 per ottenere lo svincolo d’ufficio. Come hai vissuto le tue esperienze nel blue team e quanto è pesato dentro di te questo distacco?

In primis ricordo che nel 2013 sono rimasto fermo e poi ottenuto lo svincolo d’ufficio grazie al custode della lunetta, sennò mi avrebbero lasciato fermo anche nel 2014 viste le regole in quel momento. Tu mi conosci bene, sono uno molto passionale e viscerale. Ci sono rimasto male, molto, ho sempre tenuto tanto alla Nazionale, come soddisfazione personale è una delle poche che si possono ottenere in questo sport, soprattutto per chi è molto competitivo come me; ci sono state dinamiche particolari quell’anno e alla fine ho pagato la scelta di non giocare a Bologna, mi sono comunque allenato tutta la stagione chiedendo un try-out che non mi è stato concesso quindi ho saltato gli europei di agosto 2013, per poi essere nuovamente convocato per i raduni in vista dell’amichevole con la svizzera nel 2014. Aldilà che non c’era molta differenza tra il convocarmi a giugno 2013 o a settembre, io ho comunicato allo staff del Blue Team che non avrei partecipato ai vari raduni in preparazione dell’amichevole per preservarmi per l’imminente stagione con i Panthers e poco dopo è uscita la notizia che mi ero ritirato dal Blue Team.
Sì, ci sono rimasto male, ho fatto tutto quello che potevo per andarci, parlato con coach, dirigenti federali e tante (troppe) persone ma è andata così, capita. Non rimpiango nulla, i Panthers sono una delle cose più belle che mi siano capitate in questo ambiente e rifarei ogni scelta da capo, cambierei forse qualche cosa sul passato bolognese, ma ho pagato anche quello quindi direi che siamo “a bolla”. Il tempo fermo mi ha dato la possibilità di inquadrare tutto da fuori e questo è stato un grosso aiuto a realizzare la realtà delle cose.

Quali sono i tuoi programmi futuri, dopo questa stagione, in cui giocherai nuovamente con i Panthers cercando di riscattare le due finali perse, hai intenzione di rimanere nel  mondo del football?

Il football rimane una grande parte della mia vita, naturalmente spero di rimanere nell’ambiente e di riprendere ad allenare. Ora, però, penso solo ai Panthers e a godermi quest’ultimo viaggio.

Ti auguro buona fortuna e un buon campionato.

Ti ringrazio. Non vedo l’ora.

 

Foto by Luana Nigri









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