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Campionati giovanili: le finali di Pero tra cronaca e riflessioni

U13 Giovanili

Lo scorso weekend a Pero, con la disputa delle finali delle tre categorie giovanili, condensate in un’unica, fredda, lunga ma spettacolare giornata, si è chiusa la prima parte della stagione agonistica dei campionati FIDAF. Dovendo riprendere di gran carriera la preparazione in vista degli imminenti campionati senior, in questa fase della stagione le squadre non hanno molto tempo per fermarsi a fare bilanci ed analisi. Per questo vogliamo fermarci a riflettere noi su cosa si è visto in campo domenica, nell’ottica nei termini a noi sempre cari di “sviluppo del movimento”.

Se da un lato i punti di vista sul “dove siamo” e “cosa “bisogna fare” per la promozione a 360° del football italiano sono innumerevoli e le “querelle” tra gli addetti ai lavori sono infinite, con enorme difficoltà nel trovare una comunità di intenti, la prima cosa che mi è saltata all’occhio è che le squadre, dal lato del football giocato, stiano davvero lavorando sodo per rendere il “prodotto” football quantomai appetibile. Parlo di crescita, in termini di qualità del gioco, davvero notevole. E’ questa la cosa più importante, a mio modesto parere, perchè prima ancora di lanciarsi in discorsi di marteking ed immagine è auspicabile avere un prodotto vendibile. Alla fine ciò che conta è il football, e i campionati giovanili sono la base su cui poggiare le fondamenta di un movimento solido.

Per il secondo anno consecutivo si sono disputati i campionati Under 13 tackle, se pur con sole 7 squadre e una distribuzione non propriamente capillare sul territorio, mentre le partecipanti ai campionati Under 16 ed Under 19 sono state rispettivamente 12 e 23. I numeri globali parlano dello stesso numero totale del 2014, ma con una crescita del numero di squadre under 13 e 16.

In occasione della diretta streaming di IFL Magazine TV all’inizio della giornata di Pero, abbiamo detto che si sarebbe aperta una finestra sul futuro del football italiano: stabilire a che punto siamo oggi a livello giovanile ci fa capire dove possiamo arrivare fra cinque/dieci anni. Per ciò che si è visto direi che il futuro è davvero roseo.

Vedere in azione le squadre Under 13 è stato sbalorditivo: la categoria entry level, giocata 5 contro 5, dovrebbe in teoria costituire la base, quella in cui si insegnano sopratutto i fondamentali, quella in cui la soddisfazione dovrebbe essere veder fatto bene un placcaggio, vedere il quarterback eseguire bene i passi di drop back e la release, vedere i ricevitori correre bene le tracce e mettere le mani in maniera corretta eccetera. Questo dovrebbe essere il top, per ragazzini di tredici anni. Bene, quello che ho visto è questo e molto di più. Ho visto eseguire giochi di elevata complessità di sviluppo a livello tattico, ho visto “aggiustamenti” al game plan durante la partita, e sopratutto ho visto gesti atletici da far invidia a ragazzi ben più adulti.

Negli ultimi anni ho notato una decisa crescita di preparazione dal punto di vista tecnico/tattico da parte dei coach davvero notevole. Questo non sempre è stato visto in maniera positiva, nel senso che in alcuni casi sono arrivate critiche per la volontà di voler fare sul campo cose che, per la capacità tecnica e conoscenza tattica dei giocatori a dsip0sizione, erano inapplicabili. E forse è anche vero, in quanto in quasi tutte le squadre, a livello di senior, ci sono parecchi giocatori che hanno cominciato a giocare a football in età già adulta, e per i quali è stato praticamente impossibile crescere in maniera regolare dal punto di vista tecnico: il poco tempo a disposizione per preparare il campionato non dà spazio a “ripetizioni” per l’ultimo arrivato.

Da questo punto di vista, credo che i coach fortunati che dispongono di una squadra under 13 non possano che fregarsi le mani: avere la calma e il tempo per insegnare prima di tutto le basi di questo sport che sembra tanto semplice guardandolo da profano, ma che invece è di una complessità assoluta è un valore aggiunto di un’importanza inestimabile. Ripensando ai miei primi anni di football giocato, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, in quelli che i nostalgici definiscono il periodo d’oro del football in Italia, avere un campionato Under 13 era utopia, così come lo era pensare di avere più categorie giovanili: esisteva solo la Under 21 (o 20, limite che oscillava ogni tanto). Avere a disposizione tra i 4 e i 5 anni in più di football per imparare dovrebbe fare una differenza enorme nella formazione dei giocatori. E con la maggiore preparazione generale dei coach di oggi il delta di guadagno in termini di crescita assoluta del gioco è ancora maggiore.

Venendo ai risultati, il campo ha visto prevalere i Guelfi Firenze su, in ordine, Giaguari Torino, Gladiatori Roma e Doves Bologna. Meritata e legittima la vittoria dei toscani, che hanno battuto in semifinale i Giaguari campioni uscenti ed in finale i Doves Bologna al termine di una partita eccellente anche dal punto di vista del “pathos”: felsinei avanti tutta la partita, anche per due o più possessi, ma gigliati capaci di non arrendersi e riprenderli proprio negli ultimi giochi della partita. I Giaguari hanno invece avuto la meglio dei Gladiatori nella finale per il terzo posto. L’immagine più bella si è vista dopo le premiazioni, con i giocatori di tutte e quattro le squadre abbracciati in ordine sparso a fare foto ricordo.

Nella finale under 16 (7 contro 7) il livello è ovviamente ulteriormente salito. Anche in questo caso, non solo da parte delle due finaliste, ma nell’arco di tutto il campionato, si sono viste diverse ottime individualità, con giocatori che a mio avviso, non foss’altro per un limite fisico, in un’età di “passaggio” nello sviluppo di un individuo, potrebbero tranquillamente già competere con i senior.

I Panthers Parma si sono largamente imposti nel punteggio, più per i propri meriti piuttosto che per i demeriti dell’avversario: i Giants Bolzano ci hanno provato, si è visto un ottimo lavoro da parte del coaching staff e un paio di individualità davvero fenonemali, ma i ducali sono sembrati di un’altra categoria. Probabilmente una delle squadre più forti di sempre (con le dovute proporzioni di età) che abbia mai visto giocare a livello giovanile, i Panthers hanno messo in mostra quanto di più vicino alla completezza si possa chiedere ad una squadra: ottimo lavoro del coaching staff, ottima amalgama tra tutti i giocatori, ottime individualità in tutti i reparti e una precisione di esecuzione davvero impressionanti. Probabilmente questo può diventare il riferimento per lo standard delle attuali under 13 un domani, con tre anni di football giocato. Al momento i parmensi sono una squadra apparsa quasi fuori categoria.

Il main event era quello conclusivo, la finale Under 19 tra i Lions Bergamo e i Marines Lazio. Era la partita più attesa, ma forse è stata anche la  più deludente, almeno in termini di spettacolo, con i Lions Bergamo andati subito in vantaggio per non voltarsi più indietro e i Marines che probabilmente per il tipo di gioco fatto vedere durante tutto il campionato, votato alle soluzioni aeree, hanno pagato le condizioni atmosferiche. Al termine di un weekend in cui al sabato ha piovuto tutta la sera e dopo la disputa di tre partite nelle 24 ore precedenti, il terreno di gioco era davvero in pessimo stato, e tener pulita la palla era un’impresa. Aldilà comunque di questa doverosa considerazione, non si può togliere alcun merito al team orobico, che ha portato al termine nell’unica maniera logica immaginabile un campionato condotto con autorevolezza fin dalla partita d’esordio, con una difesa capace di concedere solo 7 punti nell’arco di tutta la regular season e la capacità di compiere l’impresa di battere i Seamen Milano, primi favoriti tra gli addetti ai lavori.

Analizzando in generale il gioco delle Under 19, è quasi logica conseguenza delle considerazioni fatte per le categorie di età inferiore affermare come dall’esterno si è come avuta l’impressione di veder giocare una senior. Probabilmente un’esagerazione, ma essendo questa la categoria che più conosco, per averla vista oramai da parecchi anni, posso con certezza affermare che la crecita a livello di gioco è conclamata. E’ cresciuto il livello medio dei giocatori, soprattutto. Fino a qualche anno fa una under 19 media era un insieme disomogeno di qualche talento mostruoso insierito in un gruppo di ragazzi principianti che, se non supportati dal fisico, erano poco più che comparse all’interno di una partita: questo perchè ogni anno il numero di giovani che cominciavano l’avventura nel football era quasi sempre maggiore di quelli che già avevano esperienza.

E’ vero che per alcune realtà ancora oggi è così, ma in molti casi si comincia invece già a vedere i vantaggi che dà il poter giocare in più categorie, con i giusti tempi e criteri di formazione sportiva degli atleti.

Io credo che per il football in Italia le tre categorie giovanili attuali siano la formula perfetta: l’Under 13 per iniziare a conoscere il gioco e i fondamentali, l’Under 16 per avere un’idea più chiara degli skills fisici e atletici definitivi che possono avere i ragazzi, che nel frattempo si formano, e l’Under 19 per aggiungere il più possibile dal punto di vista tecnico e tattico per il passaggio definitivo ai senior.

In una visione anc0ra utopica io aspirerei a vedere questo in tutte le squadre del Paese (ad oggi solo i Giaguari Torino dispongono di un team in tutte e tre le categorie): allora si che forse potremo arrivare ad avere tra le mani un prodotto completo e fare il salto di qualità.

Nel frattempo sono fiducioso del fatto che le squadre continueranno ad investire il più possibile sul settore giovanile, perchè non è retorica quando si dice che averne uno vivo e florido paga più che cercare all’esterno i giocatori per far fare alla squadra il salto di qualità a cui tutti aspirano, e chi è stato a Pero domenica o ha visto le partite in streaming, sono sicuro che la pensi già come me.

 

Foto: Giulio Busi

 









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