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Banana Republik

Banana Republik ed il pass a tutti i costi

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Negli ultimi anni il football ha subito diverse “rivoluzioni”, anche a livello regolamentare, che ne hanno stravolto la natura, portando progressivamente i coach ad abbandonare il gioco di corsa per consentire ai propri signal caller di mettere con maggiore frequenza palla in aria. Una nuova generazione di atleti, più veloce, più potente e più atletica delle precedenti, è stato l’ulteriore facilitatore per un cambiamento che oggi ci permette di essere testimoni di un gioco “diverso”.

A gennaio The Ringer, portale fondato dall’ ex ESPN Bill Simmons sulle cenerei del mai troppo rimpianto Grantland, ha pubblicato un articolo dal titolo piuttosto eloquente: “HardKnocks meet HardWood” dove venivano messi a confronto i principi di due sport apparentemente così diversi (football e basket) ma che nella loro evoluzione filosofico – strategica hanno diversi punti di contatto.

“Basketball on Grass” o, per dirlo alla Darrius Heyward Bay, WR dei Pittsburg Steelers: “We believe in ‘Get your ass open.’… It’s basketball.”

Il minimo comune denominatore è “spread the floor\field” che nel basket si traduce con 4/5 giocatori in grado di tirare da tre punti e quindi aprire il campo, mentre nel football trova il suo equivalente nella spread offense che, con formazioni a 4/5 WR , costringe la difesa a coprire il gridiron nella sua totalità e ampiezza con le conseguenze che da Don Corryell in poi, tutti, abbiamo potuto apprezzare.

Nonostante le parole di Heyward Bay ed una conclamata esuberanza del passing game anche nella lega più potente al mondo, la NFL rimane un campionato fatto di equilibri, dove raramente assistiamo agli spettacoli aerei a cui invece il college football ci sta sempre più abituando.

Le radici di questa estremizzazione si trovano nell’ Ohio di fine anni ‘50, quando Tiger Ellison, nel mezzo di una stagione che rischiava di diventare la prima con record perdente nella storia della Middelton HS si inventò la “Lonesome Polecat”, la madre di quella che sarebbe poi diventata la run-and-shoot. Mouse Davis con la spread offense, e il duo Mumme-Leach ,con l’air raid, hanno fatto il resto, dimostrando di poter vincere con queste “happy offense pass first” e con un concetto di equilibrio “diverso” rispetto a quello del football dei vostri padri (cit.):

“To Me (Mike Leach) balance is making sure all your skill players touch the ball”

Questo cambiamento nello stile di gioco ha colpito anche la nostra repubblica, dove l’air raid ha trovato tanti adepti, uno su tutti il coach del Blue Team Davide Guliano, e la cui diffusione è stata facilitata da alcuni contatti con “mamma santa” d’oltreoceano, tra cui recentemente si è aggiunto proprio Mike Leach, e dal fatto che il nostro “football di riferimento”, oltre che per questioni regolamentari, è sempre stato quello NCAA (o delle HS), con cui il maggior punto di contatto, non illudiamo il lettore occasionale, resta ad ogni modo l’amatorialità di ambedue le leghe…

In Italia, con tempi e modi totalmente differenti, il gioco e la sua strategia hanno subito un lungo processo di raffinamento, se così lo vogliamo chiamare, che ha portato, negli ultimi anni, ad un uso del passing game sempre più disinvolto.

Per farla semplice: lanciare lanciamo, e tanto, anche nella repubblica: resta da capire con quale efficacia e risultati.

I Lazio Marines, adesso allenati da Coach Hakala, hanno avuto come HC nelle ultime due stagioni Stan Bedwell, discepolo di Hal Mumme, che con la sua filosofia iper-aggressiva ha rivoluzionato la cultura ostiense portando una formazione che si era giocata il play-out nel 2014 ad un record overall di 16-4 e due apparizioni ai playoff che hanno riportato entusiasmo alla formazione del presidente Pacelli ma non hanno consentito ai laziali di superare Rhinos e Seamen a giugno inoltrato. Le delusioni post-stagionali non hanno scoraggiato la dirigenza che, con la firma del nuovo hc finlandese, vorrebbe, nelle intenzioni, proseguire il percorso tracciato da Bedwell e che ha portato buoni risultati.

Stan Bedwell

La versione 2017 dei Guelfi ha già regalato partite da 50/60 lanci, sintomo anche di un running game ondivago, ma comunque l’espressione di una convinzione, quella del pass first, che nella scorsa stagione aveva regalato ai gigliati tante soddisfazioni e una storica qualificazione ai playoff. Restando “al sud”, come non menzionare quella che negli ultimi anni è stata, almeno statisticamente, la miglior offense dell’intera prima divisione, fondata su un passing-game corposo e che ha trovato prima in Zahardka e Kasdorf interpreti perfetti, almeno fino alla post-season.

Questi sono solo alcuni esempi, virtuosi, di scelte radicali e ormai metabolizzate, ma senza andare troppo indietro, negli ultimi anni, molti team, se non tutti, hanno provato “evoluzioni aeree”, con risultati alterni. Mi vengono in mente i Seamen nella scorsa stagione, che nel tentativo di sfruttare le skill di Safron hanno rischiato di rimanere fuori da tutto, o i Panthers del dopo Malpo, che per necessità sono stati costretti ad un cambio filosofico, postando la peggior RS degli ultimi 10 anni proprio nel 2016, nonostante il terzo posto nella classifica della yard su passaggio (9° running game).

E’ interessante notare come negli ultimi 4 campionati, incluso quello del 2013 dove ancora si poteva giocare in attacco con due USA, la squadra che ha chiuso al primo posto la classifica delle yard su passaggio (Dolphins – Dolphins – Marines – marines) non solo non ha vinto il titolo (o giocato una finale) ma in 2 occasioni è uscita al primo turno di playoff e in un caso, alla post season, non si è nemmeno qualificata (Dolphins 2014). Detto questo delle tre squadre che hanno vinto gli ultimi quattro campionati (Panthers, Seamen e Rhinos) solo i nero-arancio sono rimasti fuori dalla top 3 del passing game finendo, nella speciale classifica, al 11° posto, davanti ad una versione troppo giovane dei Warriors Bologna ma chiudendo al primo posto, per distacco, in quella delle yard su corsa.

Con l’innesto di Ricciardulli e la conferma di Pryor nell’ ultimo campionato i Rinoceronti, già da anni in vetta nella classifica delle yard guadagnate su corsa, sono diventati completamente illegali, arrivando a potersi permettere di utilizzare il gioco di passaggio col contagocce e anche nell’ultimo derby, vinto per 26-10, hanno dominato mettendo palla in aria per un totale di 13 volte per 38 yard. Settimana scorsa ne hanno guadagnate ben 112 contro i Giaguari, giusto per chiarire che il problema non è la forza dell’ avversario, ma la mancanza di una ragione per farsi intercettare in endzone.

Photografém

I Panthers con Malpo e una OL fantascientifica e i Seamen con Dally ed il trio Binda-Bonaparte-Raffaele erano team super bilanciati, capaci di correre la palla con la stessa efficacia con cui sapevano metterla in aria, diventando rebus di difficile soluzione per difese inadeguate ad affrontare attacchi con così tante opzioni.

La differenza tra i team pass-oriented e le ultime squadre vincitrici del Johnny Colombo Trophy non va cercata nel numero di passaggi o nelle yard guadagnate nel passing game ma nella diversa filosofia che ha guidato questi attacchi e che, almeno nelle fasi decisive della stagione, ha premiato offense run first, capaci poi di costruire su queste basi il proprio passing game (e non viceversa). Difese più abituate a difendere i passaggi e spesso troppo leggere per fermare il John Deer di turno hanno fatto (e continuano a fare) il resto.

La difficoltà nel vincere con sistemi pass-oriented  è la risultante di una pluraltà di fattori tra i quali, senza voler scendere negli aspetti “tecnici”, l’impossibilità, per i team che utilizzano il QB USA ( praticamente tutti) di avere lo stesso signal caller per più stagioni e creare quegli automatismi indispensabili per far girare un attacco di quel tipo. Davide Giuliano, non a caso, ha insistito molto su questo concetto quando ha dovuto costruire la nazionale che ha poi vinto il girone di qualificazione di Lignano, cosciente che per una offense complessa come la sua era necessario molto tempo, che non aveva, e un gruppo “definito” di giocatori.

“Some teams like to go three-step drop and get rid of it, our way is to have receiver find a hole and we tell him “we’ll find you in that hole”

E’ un attacco di letture, di automatismi e conoscenza reciproca. Il problema non è quindi tanto la filosofia offensiva, né la bontà della stessa, ma il tempo che richiede e le condizioni necessarie per cui l’apprendimento possa avvenire.

Non siamo tutti Golden State, per tornare al parallelo con la palla a spicchi, e nemmeno i Denver Broncos di Peyton Manning o i più modesti Chiefs, di Alex Smith.

La discussione non è se si possa vincere tirando 50 volte da 3 punti o lanciando 60 sferoidi a partita ma eventualmente capire se possa funzionare anche nella nostra prima divisione, con gli atleti ed il tempo che (noi) abbiamo a disposizione.

Mi viene da pensare che se fossi il presidente di una squadra dal bombolone facile il qb lo vorrei “home made”… ma questa è un’altra storia…

Nel frattempo tocca correre, almeno così dicono i numeri

Buon campionato e Buon Football









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