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Affrontare la sconfitta: gli stadi del dolore

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Fischio del Ref, la palla messa in aria: Game Over.

La tua sideline è un mix di sconforto, rabbia, lacrime e imprecazioni; l’altra esulta. La stagione si è chiusa negativamente: non qualificati ai playoff o peggio… eliminati ai playoff, a pochi passi dall’obiettivo finale, dopo tanta fatica, dopo tanto sudore, dopo tanto impegno…

Si penserà che, andata come andata, la stagione è finita. Si ragionerà su cosa è andato storto, si organizzeranno grigliate, si andrà al mare e a settembre ne riparliamo. Niente di più errato: manca un tassello fondamentale, delicato e molto sottovalutato, quello che davvero chiude la stagione. Sto parlando del percorso psicologico che ti porta ad accettare la sconfitta e, una volta accettata, compiere il primo step della stagione che verrà: trovare gli stimoli, la forza e la voglia per ripresentarsi in autunno.

La famosa psichiatra svizzera Elisabeth Kubler Ross nel 1970 ha teorizzato un modello a 5 fasi definite come “i 5 stadi del dolore”. Il modello permette di capire le dinamiche mentali più frequenti della persona a cui è stata diagnosticata una malattia terminale, ma gli psicoterapeuti hanno constatato che esso è valido anche ogni volta che ci sia da elaborare un evento molto traumatico. I 5 stadi sono:

  • Diniego
  • Rabbia
  • Trattativa
  • Depressione
  • Accettazione

L’accettazione è il traguardo finale, che consiste nel prendere serenamente consapevolezza che le cose sono andate così e che si è pronti a partire per un altro viaggio. Attenzione: non è detto che ci si arrivi naturalmente, anzi molto spesso è un grosso lavoro arrivarci e il rischio di rimanere incagliato in uno degli stadi è alto, condannando il soggetto a sofferenze ulteriori a quelle fisiche.

Con le dovute proporzioni e in un contesto fortunatamente molto più leggero, si può sfruttare lo stesso modello anche nel football italico quando, sia per i giocatori che per i coach, sopraggiunge l’evento traumatico di una stagione finita negativamente. La differenza sostanziale è che un coach e un giocatore all’accettazione comunque ci arrivano, ma il come ci si arriva e a che tipo di accettazione si arriva, delineerà la “vita” e la “morte” sportiva del coach e del giocatore di football che è in loro. Gli stadi in questo caso sono 6 e sono:

  • Negazione
  • Deresponsabilizzazione
  • Overresponsabilizzazione
  • Incertezza
  • Rielaborazione
  • Accettazione

Da sottolineare che le fasi possono anche alternarsi, presentarsi più volte nel corso del tempo, con diversa intensità, e senza un preciso ordine, dato che le emozioni non seguono regole particolari, ma anzi come si manifestano, così svaniscono, magari miste e sovrapposte.

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Analizziamole singolarmente.

Negazione

“Non doveva andare così”, “Non posso pensare di aver buttato alle ortiche tanto lavoro”, “non ce lo meritavamo”, “sono andati in finale squadre più deboli di noi”. Il soggetto (in questo caso giocatore o coach indistintamente) non si capacita del risultato, non pensa di meritarlo, inveisce contro la sfortuna di un calendario sfavorevole e vede passare squadre, a suo dire, più deboli della sua. Una sorta di ingiustizia cosmica che ha condannato la propria squadra a ricominciare tutto da capo. Il tutto viene maggiormente amplificato soprattutto se si milita in una franchigia pretendente al titolo o comunque a posizioni di prestigio.

Deresponsabilizzazione

“E’ colpa loro”, “Io ho fatto il mio, sono gli altri che…”. Si comincia a passare in rassegna come sono andate le cose, attuando un meccanismo di autodifesa (a volte in maniera inconscia),di sottrazione alle proprie responsabilità e gettando, più o meno platealmente, le colpe sugli altri. “La difesa quest’anno ha fatto schifo”, “L’attacco non è mai stato all’altezza”, “se non era per noi saremmo stati eliminati prima”. Se sei un coach i pensieri tipici sono questi.

Se invece sei un giocatore le espressioni tipiche sono “ma come fa a giocare quel DB che si perde sempre gli uomini”, “la linea non mi protegge”. Uno sterile portare acqua al proprio mulino che altro non fa che minare lo spirito di squadra, quando ora più che mai è importante farsi forza insieme. Se da una parte è giusto rivendicare i propri successi come giocatore o come coach, dall’altra parte è deleterio far notare le mancanze degli altri esimendosi da colpe: in una squadra si vince e si perde insieme.

Overresponsabilizzazione

“E’ tutta colpa mia”, “potevo fare di più”. Questa fase arriva in sostituzione o in conseguenza alla fase precedente. A un certo punto non si può non concentrarsi sul proprio operato e più ci si addentra nel profondo più ci si accorge dei propri errori e delle proprie mancanze. Ci si convince, a volte in maniera irreparabile, che se la squadra è affondata, la falla da cui è entrata l’acqua sono io. Da Coach si pensa di aver dato fiducia a giocatori non meritevoli, di aver sbagliato la chiamata sul 4° down, di non aver preparato la partita correttamente, di aver impostato il playbook su un personale non adatto a metterlo in pratica. Da giocatore tornano alla mente errori decisivi, come aver preso un intercetto o una bomba in faccia a 3 secondi dalla fine.

Questa convinzione è pericolosa quanto deresponsabilizzarsi, perché si mina la fiducia in se stessi e nelle proprie abilità, dimenticando quanto di buono si è fatto. Da coach questa sfiducia può trasmettersi ai giocatori. Non meno importante è che questo modo di pensare è un riflesso di una sorta di egoismo, credersi l’unico responsabile vuol dire credersi troppo importante, che se sbaglio io gli altri non sono abbastanza bravi per aiutarmi. Inutile dire quanto sia pericoloso questo modo di pensare in un contesto di squadra. A volte invece ci si dimentica o non si tiene conto del valore degli avversari: semplicemente si perde perché gli avversari sono stati più bravi, ma questo è lo sport, colpevolizzarsi non ha senso.

Incertezza

“E adesso?”. Se si è passati indenni le fasi precedenti la grande domanda a cui rispondere è quella che riguarda il futuro. Giocatori e coach sanno che in Italia il Football è uno sport giocato da persone appassionate che investono con piacere il proprio tempo libero sacrificandolo magari al lavoro e agli affetti. Ma la vita prima o poi chiede il giusto prezzo e a un certo punto si metterà di mezzo tra te e lo sport. Quindi la squadra competitiva che hai avuto quest’anno magari l’anno prossimo non ci sarà più, semplicemente perché la vita lo impedisce…un trasferimento, una promozione, un figlio… O magari la squadra della serie maggiore ti porta via il top player, promettendogli gloria e anelli. Il tutto ti butterà nell’incertezza e nell’atroce dubbio del fatto che se si doveva vincere, si doveva vincere quest’anno.

Rielaborazione

E’ la fase più delicata del percorso perché qui si tirano le somme. Il come si sono elaborati gli stadi precedenti la dirà lunga sul futuro, anche solo qualitativo, del coach/giocatore in questione. Allora bisogna smaltire in fretta la negazione perché non fa ragionare e alimenta la deresponsabilizzazione. Poi sopraggiunge il senso di colpa che alimenta la overresponsabilizzazione che a sua volta alimenta l’incertezza su se stessi che si aggiunge all’incertezza sul futuro di chi ti sta attorno e sul quale tu sei impotente.Che tu sia un coach o un giocatore, rielaborare deve voler dire mettere da parte impulsività e egoismi, sgombrare la mente e analizzare lucidamente statistiche e video, trovare un equilibrio nel notare i propri errori e far notare, in maniera costruttiva, le mancanze altrui, intorno a un tavolo, consigliando alternative e rimedi senza denigrare i colleghi e accettando ovviamente le critiche che ti vengono mosse.

E’ fondamentale, dopo aver visto gli errori e parlato di come risolverli, trovare tutto quello che invece è andato bene, anche nelle piccole cose: uno schema particolarmente bene eseguito, lo spostamento di ruolo azzeccato di un giocatore, l’arrivo di un rookie di buone speranze per costruire il futuro… ma ancora aver fatto più TD dello scorso anno, o avere corso 200 yard in più. Bisogna essere critici con se stessi nell’ottica di capire la fonte del problema del proprio lavoro ed aver la fiducia nelle proprie capacità per risolverlo, ricordandosi che si è in una squadra e quindi non si è mai da soli. Il futuro sarà sempre incerto, perchè lo è per natura stessa, ma tu puoi cambiarlo, con il tuo lavoro, con le tue intuizioni, plasmando quello che hai e quello che arriva e soprattutto imparando dagli errori che molto probabilmente la prossima stagione non si ripeteranno dato che il tuo bagaglio di esperienza è aumentato. Magari ci vorrà più tempo del previsto ma i risultati arriveranno.

Accettazione

“E’ andata così, vediamo l’anno prossimo…“ questa passiva accettazione è sintomo che non si ha superato la sconfitta, si sta lasciando al caso il futuro e si prende atto che nulla potrà succedere perché si cambi la tendenza. Questo è un chiaro atteggiamento da perdente che avrà un impatto sulle performance future, perché se non credi che le cose possano cambiare allora nemmeno tu farai nulla perché cambino e questo non farà che male alla squadra.

“E’ andata così, ma…”. Se c’è un “ma…” vuol dire che il percorso si è chiuso positivamente. Quel “ma” è una reazione al fatto che si è sconfitti, ma solo per quest’anno. L’anno prossimo si lavorerà di più e meglio, con nuovi ragazzi e nuove idee. Accettare una stagione negativa vuol dire prendere semplicemente atto che al momento qualcuno è stato più bravo di te, ma che nessuno è imbattibile. Accettare una stagione negativa è una grande occasione per migliorare anche come uomo, e allora alla fine forse non si è perso completamente.

“La sconfitta non è altro che educazione, il primo passo verso qualcosa di migliore”

Bruce Lee

Articolo a cura di Alessandro Calabrese









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