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C’era una volta… Il 1980 e Castel Giorgio

castelgiorgio

Alla luce del ritorno del football americano a Castel Giorgio e della prossima apertura del MUFA, il Museo del Football Americano, abbiamo chiesto a Marcello Rodi di raccontarci quel 1980 e dello Stadio Vince Lombardi.

Parliamo del 1980, un anno che ha fatto storia.
Ancora esistevano l’URSS, la Jugoslavia, la Repubblica Socialista della Cecoslovacchia. E la Cortina di Ferro. C’erano le Brigate Rosse, e il Calcioscommesse. Nasceva Pac-Man, inaugurando la stagione dei videogiochi. Internet non esisteva e i cellulari nemmeno: per telefonare a casa si faceva la fila al telefono a gettoni.
In quel fine settimana di luglio avvennero tre cose: il rinvenimento dei resti di un caccia libico precipitato sui monti della Sila, l’inizio di un’Olimpiade boicottata da 65 Paesi del mondo e l’inizio del primo campionato italiano di football americano tra squadre quasi totalmente composte da giocatori italiani.
Per me, ovviamente, fu quest’ultimo l’avvenimento che segnò in modo indelebile la mia vita.

Avevo scoperto il football americano accompagnando uno dei miei più cari amici – ed ottimo rugbista – a vedere al cinema “Quella sporca ultima méta”, entusiasmandomi alle imprese dei Mean Machine di Paul Crewe, avevo fomentato quella passione con un tormentato Nick Nolte ne “I Mastini del Dallas”, ed avevo scelto i miei campioni grazie a un servizio del magazine televisivo Odeon che aveva raccontato il Superbowl.
Frammenti di immagini, storie di celluloide: come detto niente Internet, nessuna possibilità di vedere partite e campioni. Un’unica risorsa, conoscendo un po’ d’inglese: la stazione radio delle forze NATO in Europa, che poteva essere ascoltata sulle onde medie dopo il tramonto grazie al fenomeno della ionizzazione della troposfera, che permetteva il “rimbalzo” delle onde radio dalla Germania fino a noi.

Bisognava avere una grandissima passione, allora, per seguire il football americano. Figuriamoci giocarlo: sembrava un’utopia assoluta. Almeno per noi ragazzi romani.
Poi arrivarono Marcello Loprencipe, Bruno Beneck e la loro idea meravigliosa. E quella trasmissione su un’emittente locale condotta da un giovanissimo Mario Mattioli che parlava di una squadra (i Gladiatori) e del loro reclutamento.

Iniziarono due mesi di allenamenti teorici e pratici, di sudore e di fatica, sopportati per arrivare a quel pullman partito da Viale Tiziano in quella mattina di luglio ed arrivato a Castel Giorgio dopo un’ora e mezza scarsa di viaggio. La prima tappa fu in piazza, dove avvenne la distribuzione delle maglie e degli equipaggiamenti. Poi di nuovo sul pullman, cinque minuti di viaggio e…

Scendere davanti al Vince Lombardi fu uno choc: era come se quei cinque ultimi minuti avessi viaggiato a velocità curvatura fino a una qualsiasi High School della provincia americana: tribuna coperta zeppa di gente, tabellone luminoso come quelli visti nei film americani, e il primo campo da football con le righe ogni cinque yard e le porte a ipsilon verniciate di giallo, le tabelle, la catena e il segnadown. Era il 1980, non si sarebbe visto un altro stadio dedicato al football americano in Italia fino alla ristrutturazione dello Stadio Europa di Bolzano ad opera di Argeo Tisma.

Se chiedete ad uno dei miei compagni di avventura cosa significhi Castel Giorgio per noi, vi sentirete rispondere che Castel Giorgio (e il Vince Lombardi) è un paradigma, un termine di paragone, il centro dei desideri sportivi di un appassionato di football: Beneck era un visionario, e aveva capito che nel regno del calcio sarebbe stato difficile fare breccia con l’aspetto sportivo, e che quindi avrebbe dovuto affidarsi al lato spettacolare del football.

Sceso da quel pullman, mi trovai circondato da operatori TV, majorettes, improbabili cheerleaders, mascotte, la banda di paese: un mix tra la fiera paesana e la coreografia da scuola americana. E poi, alla fine, il campo: 100 yard che sembravano così poca cosa da coprire; avrei scoperto di lì a pochissimo quanto sudore, quanta fatica e – perché no – anche un po’ di sangue servisse per risalire quel piccolo tappeto verde che avevo davanti a me.

Immagine da American Football Italia - Castel Giorgio

Immagine da American Football Italia

 

Ricordo poco dell’evento sportivo in sé, se non il fatto che perdemmo contro i Tori per la nostra difficoltà di calciare le trasformazioni tra i pali. Resta fortissimo invece il ricordo delle sensazioni e delle suggestioni legate a quel tuffo in un piccolo spazio di America ricreato nella campagna orvietana, in un’epoca in cui l’America era un miraggio lontano, raccontato da film o da servizi del telegiornale, dalla musica country e blue grass che molti di noi amavano, da qualche rivista, figurina o da giochi posseduti da chi aveva avuto la fortuna di un parente o un amico che aveva viaggiato negli States.

L’ultima volta che sono stato a Castel Giorgio, tre o quattro anni fa, il Vince Lombardi mi ha procurato una stretta al cuore: solo la grande tribuna era rimasta. Niente porte a ipsilon, sostituite dalle più familiari porte pallonare. Niente tabellone, ammucchiato dimesso in un angolo. Niente più scritta “Stadio Vince Lombardi” sul muro perimetrale. Un anonimo, squallido, uguale a tanti altri, campetto di calcio di provincia: solo la maestosità della tribuna coperta raccontava ancora dei fasti del passato.
C’è stata una parte di me che ha salutato quel giorno la speranza di rivedere il football nel suo teatro naturale, quel campo che – primo fra tutti – ha ospitato il campionato europeo del nostro amato sport. Sapere oggi che più o meno negli stessi giorni di allora il football quest’anno tornerà lì mi entusiasma e mi spaventa nello stesso tempo.

In queste poche righe ho provato a spiegare alle “nuove generazioni” cosa voglia dire Castel Giorgio per gli ultragiurassici come me: sono certo che la Federazione organizzerà tutto al meglio per quelle giornate. La speranza sarà quella di riuscire a rivivere lo stesso entusiasmo, la stessa suggestione, la stessa emozione vissuta trentasei anni fa su quel prato e intorno ad esso. Sarebbe un meraviglioso ritorno a casa.

Marcello Rodi









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